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Gli italiani e l’Europa; il processo di integrazione, la fiducia e la delusione. Un rapporto segnato da speranza ma anche molti aspetti ancora oggi non risolti. La prima, fondamentale, rilevazione dell’Eurispes sul rapporto tra i cittadini italiani e l’Unione europea è datata 1998. L’indagine Europa unita: di tutto di più aveva lo scopo di conoscere il giudizio dei cittadini italiani circa la possibilità dell’Italia di entrare fin dal primo momento a far parte dell’euro, e di capire che cosa gli italiani si attendevano dalla moneta unica in termini di opportunità occupazionali, di tenore di vita, di cambiamenti sociali complessivi. In altre parole, capire se i vantaggi, veri o presunti, valessero i sacrifici che erano stati loro richiesti con l’adozione di politiche economiche rigorose e restrittive. 

Ebbene, i progressi fatti dall’Italia sul sentiero del risanamento finanziario dei conti pubblici, inducevano quasi un italiano su due (48,2%) a ritenere sicuro l’ingresso del nostro Paese nella moneta unica fin dalla prima fase, mentre un altro 30,6% lo riteneva probabile. Solo un 14,4% del totale, invece, si dichiarava pessimista. 

Per quanto riguarda le attese che gli italiani riversavano nella possibilità di ingresso nel gruppo di paesi che avrebbe costituito il nucleo principale della moneta unica, gli intervistati avevano espresso un atteggiamento favorevole: il 79,3% lo riteneva un fatto piuttosto o del tutto positivo. Meno del 15% aveva espresso un giudizio piuttosto o del tutto negativo (il rimanente 5,9% non aveva risposto).

Come era lecito aspettarsi, erano soprattutto i giovani a ritenere del tutto positivi gli effetti di un nostro eventuale ingresso nell’euro (il 43,9% con un’età compresa tra i 16 e i 30 anni contro il 38,8% degli ultra sessantenni e il 40% circa di età intermedia tra questi due estremi). La posizione delle donne appariva chiaramente più critica rispetto a quella degli uomini: mentre tra questi ultimi infatti quasi la metà (49,3%) riteneva che l’ingresso dell’Italia nella moneta unica fosse un fatto assolutamente positivo e per un altro 35,4% questo era un aspetto piuttosto positivo, per le donne tali percentuali scendevano rispettivamente del 37,3% e del 39,4%.

Nel 1998, dunque, per la maggioranza degli italiani (51,6%), l’ingresso del nostro Paese nella moneta unica avrebbe avuto un effetto positivo sul futuro tenore di vita, mentre solo per il 10,7% esso sarebbe diminuito; il 23,8% sosteneva che non ci sarebbero stati cambiamenti degni di rilievo.

Sei anni dopo, nel 2004, con la nuova moneta unica entrata ormai stabilmente nella quotidianità degli italiani, l’Eurispes conduce una nuova indagine sull’opinione dei cittadini rispetto al processo di integrazione europea. La Costituzione europea era stata approvata il 18 giugno 2004 e, pochi mesi dopo, il 62,4% degli italiani si dichiarava al corrente dell’avvenuta approvazione. Tra i giovani questa consapevolezza risultava meno diffusa: il 50% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni e il 59,1% di quelli appartenenti alla fascia 25-34 era a conoscenza dell’approvazione della Carta costituzionale europea. Inoltre, dall’indagine, emergeva che soltanto un intervistato su tre (il 31,7% del totale) conosceva il numero esatto dei paesi che allora facevano parte della Comunità (25). 

Agli italiani era stato, poi, richiesto il livello di condivisione di alcune affermazioni riguardanti il rapporto tra l’Italia e l’Unione europea. Il 36% degli intervistati, aveva risposto che gli interessi italiani si difendono al meglio agendo in comune attraverso l’Unione europea, mentre il 26,1% condivideva l’affermazione secondo cui un buon legame con l’Unione europea è necessario ma poco vantaggioso. Soltanto il 15,6% considerava che l’Unione europea stesse creando più problemi che vantaggi. 

Per quanto riguarda la nuova moneta, i principali elementi di positività attribuiti all’euro erano: la capacità di rendere stabile e forte la moneta (70,3%), spingere le imprese italiane ad essere più competitive (60,3%) e rendere l’Europa una forza economica alla stregua degli Stati Uniti (58,9%). 

Fin da allora, più della metà degli italiani (54,3%) riteneva che all’interno dell’Unione europea l’Italia avesse un ruolo poco o per nulla rilevante, contro il 15,4% che gli attribuiva un ruolo autorevole.

Dieci anni dopo, la fotografia che l’Eurispes scatta all’Italia, ritrae un Paese diverso. Le ripercussioni di un’Europa sempre più incerta e i contraccolpi di una crisi che ha lasciato segni profondi anche nel nostro Paese sembravano rimettere in discussione la fiducia anche di quanti si ritenevano euroconvinti, solo l’anno prima. 

Nel 2014, infatti, il cammino dell’euro continuava a convincere gli italiani, tanto che la maggioranza di essi, il 64,4%, si dichiarava contrario ad una possibile uscita dall’Euro zona; una quota minoritaria, il 25,7%, auspicava invece l’abbandono della moneta unica. Nell’indagine Gli Euro-scoraggiati, pubblicata nel Rapporto Italia 2015, emergeva, invece, una situazione molto diversa, che segnalava l’aumento esponenziale di quanti non vedevano più nell’introduzione dell’Euro una “benedizione”. Quattro italiani su dieci (40,1%) pensavano infatti che l’Italia sarebbe dovuta uscire dall’euro. Ad essere più scettici sul futuro dell’Euro soprattutto i giovanissimi, dai 18 ai 24 anni (44,6%), insieme agli over65 (43,8%) e agli appartenenti alla fascia d’età dai 35 ai 44 anni (42,7%). Su posizioni pro-euro in maggioranza i 25-34enni, favorevoli alla permanenza dell’Italia nella moneta unica nel 55,5% dei casi. Tra le diverse aree geografiche, il Nord-Ovest e il Sud esprimevano una propensione più spiccata a terminare il cammino dell’euro, rispettivamente con il 57,2% e il 43,1% dei favorevoli.

Secondo il 55,5% del sotto-campione degli euro-delusi, l’Italia sarebbe dovuta uscire dall’euro poiché era stata proprio la moneta unica una delle principali cause dell’indebolimento della nostra economia. Il 22,7% era convinto, invece, che l’euro avesse avvantaggiato esclusivamente i paesi europei più ricchi; il 21,2% che non si fosse affiancata ad un’unione economica una reale unità dell’Europa, intesa evidentemente a livello sociale e politico.

Nel 2017, l’esperienza della Grexit, conclusasi con un nulla di fatto, ma anche della Brexit, che stava ingenerando un timore diffuso di ripercussioni negative sui sistemi economici dei paesi Ue, fa dilagare l’incertezza. Secondo l’indagine dell’Eurispes, Europa: come stare insieme, pubblicata nel Rapporto Italia 2017, il 48,8% degli italiani erano contrari all’ipotesi di uscire dall’Europa, mentre i favorevoli erano pari al 21,5%. Alto il numero (29,7% dei casi) di coloro che non avevano saputo esprimersi in merito o avevano preferito non farlo. 

Interrogati su che cosa significhi e che cosa comporti far parte dell’Unione europea, l’86,7% degli italiani aveva risposto che facilita sicuramente viaggi e spostamenti negli altri paesi dell’Unione, il 79,5% che facilita gli scambi commerciali e il 75,6% che ci permette di avere una moneta unica e stabile. Ma, oltre ai vantaggi, restavano (restano tuttora) aperte una serie di questioni che gravano pesantemente sul nostro Paese, come: il problema relativo all’arrivo dei migranti, rispetto al quale ci si sente lasciati soli da Bruxelles (71,5%), le politiche spesso svantaggiose imposte ai danni del nostro Paese (70,8%) e i sacrifici economici che dobbiamo sostenere per stare nelle regole dell’Europa (70,2%).