Raf Vallone

Nato a Tropea (VV) il 17 febbraio 1916, si trasferisce con i genitori a Torino nel ’24, frequenta il Liceo Classico “Cavour” e si laurea in Lettere e in Giurisprudenza nel ‘39 (fra i suoi docenti universitari troviamo figure del calibro di Leone Ginzburg e del futuro primo Presidente della Repubblica Luigi Einaudi).

Sportivamente cresciuto nei settori giovanili del Torino, alterna con successo gli studi universitari al calcio agonistico. Esordisce in Serie A nella stagione ‘34/35 disputando una partita con la maglia del Torino, che nello stesso anno vincerà la Coppa Italia. In totale accumulerà ventiquattro presenze in Serie A (sempre giocando con i Granata) e giocherà anche la finale di Coppa Italia del ’38 contro la Juventus (vinta dai bianconeri). Nel ’40 abbandona il calcio per dedicarsi a tempo pieno al giornalismo. Da giornalista lavora come critico cinematografici per “La Stampa” e diventerà caporedattore delle pagine culturali de l’”Unità”, ma si rifiuterà sempre di iscriversi al Partito Comunista, in quanto fortemente critico (come da lui stesso raccontato in varie interviste) verso le politiche staliniste.

Tuttavia, il nome di R. Vallone è stato (e rimarrà) indissolubilmente legato alla sua attività di attore teatrale e cinematografico. Al cinema esordisce nel ’42, a ventisei anni, nel ruolo secondario di un marinaio in Noi vivi di Goffredo Alessandrini. Nel ’46 fa il suo debutto sul palcoscenico al Teatro Gobetti di Torino in Woyzeck di Georg Büchner (regia di Vincenzo Ciaffi). Tuttavia, è con Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis (interpretato anche da Silvana Mangano e Vittorio Gassman) che riesce ad affermarsi come uno fra i maggiori attori del Neorealismo italiano. Seguono, l’anno dopo, Non c’è pace tra gli ulivi, anch’esso diretto da G. De Santis, Il cammino della speranza di Pietro Germi e Cuori senza frontiere di Luigi Zampa. Nel corso degli anni Cinquanta lavora in numerosi film (sia italiani sia francesi), fra cui ricordiamo Il Cristo proibito (1951) di Curzio Malaparte, il quale lo definì “l’unico volto marxista del cinema italiano”, Anna (1951) di Alberto Lattuada, il drammatico Roma ore 11 (1952) di G. De Santis, tratto da un fatto di cronaca avvenuto l’anno avanti e su cui il giovane futuro sceneggiatore e regista Elio Petri (1929 - 1982) aveva fatto l’accurata inchiesta giornalistica che sarà alla base del film, Le avventure di Mandrin (1952) di Mario Soldati, Camicie rosse (1952) di G. Alessandrini, in cui interpreta Garibaldi, Gli eroi della domenica (1953) di Mario Camerini, in cui torna a battere i campi da calcio interpretando il ruolo di un giocatore, Thérèse Raquin (Teresa Raquin, 1953), film francese di Marcel Carné, Destinées (Destini di donne, 1954) di Christian-Jaque, La spiaggia (1954) di A. Lattuada, Delirio (1954) di Giorgio Capitani, Obsession (Domanda di grazia, 1954) di Jean Delannoy, Siluri umani (1954) di Antonio Leonviola e Carlo Lizzani, Il segno di Venere (1955) di Dino Risi, Andrea Chénier (1955) di Clemente Fracassi, Liebe (Uragano sul Po, 1956) di Horst Hachler, Le secret de soeur Angèle (Il segreto di Suor Angela, 1956) di Leon Joannon, Le Possédées (L’isola delle capre, 1956), Rose Bernd (Rosa nel fango, 1957) di Wolfgang Staudte, Guendalina (1957) di A. Lattuada, La Piège (La trappola si chiude, 1958) di Charles Brabant.

A teatro, il suo maggior successo è senz’altro Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller, portato in scena a Parigi nel ‘58/’59 e a Roma nel ‘67/’68, sul grande schermo nel ’62 (A View From The Bridge) da Sidney Lumet (il quale, tre anni avanti, aveva diretto The Fugitive Kind - Pelle di serpente, tratto da Tennessee Williams e interpretato da Anna Magnani, Marlon Brando e Joanne Woodward e, nello stesso anno, dirigerà anche Long Day’s Journey Into Night - Il lungo viaggio verso la notte, tratto da Eugene O’ Neal e interpretato da Katharine Hepburn, Ralph Richardson e Jason Robards), ruolo con cui vince il David di Donatello come Miglior Attore Protagonista, e in televisione (trasmesso sul RaiDue) nel ’73 (regia di Claudio Fino).

Molto attivo anche in televisione (dall’inizio degli anni Sessanta per oltre trentacinque anni appare in numerosi sceneggiati televisivi - da Il Mulino del Po - 1963 – di Sandro Bolchi fino a Vino santo - 1999 -, passando per Marco Visconti - 1975 - e Scarlatto e nero - 1983), per il resto della sua carriera alternerà l'attività teatrale (Il costruttore Solness - 1975 -di Henrik Ibsen, 1975, Nostalgia – 1984 - di Franz Jung, Luci di Bohème - 1985 - di Ramón del Valle-Inclán, Il prezzo - 1987 - di Arthur Miller, La medesima strada - 1987 -, Tito Andronico - 1989 -, Stalin - 1989 - di Gaston Salvatore) a quella cinematografica (ricordiamo La ciociara - 1960 - di Vittorio De Sica, El Cid - 1961 - di Anthony Mann, Il cardinale - 1963 - di Otto Preminger, 5 per la gloria - 1964 - di Roger Corman Una voglia da morire - 1965 - di Duccio Tessari, Nevada Smith - 1965 - di Henry Hathaway, Un colpo all’italiana - 1969 - di Peter Collinson, Lettera al Kremlino - di John Huston, 1970 -, La morte risale a ieri sera - 1970 - di D. Tessari, 4 per Cordoba - 1970 - di Paul Wendkos, il western Quattro tocchi di campana - 1971 - di Lamont Johnson, L'altra faccia di mezzanotte - 1977 - di Charles Jarrott, Il magnate greco - 1978 - di Jack Lee Thompson, Retour à Marseille - 1980 –, Il leone del deserto - 1981 - A Time to Die - 1982 - Il padrino Parte III - 1990 - di Francis Ford Coppola).

Dal ’94 è Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana e, nel 2001, pubblica (con Gremese) L’alfabeto della memoria, la sua autobiografia. Sposato per circa cinquant'anni con l'attrice Elena Varzi (1926 - 2014), conosciuta nel ‘50 durante le riprese de Il cammino della speranza e con la quale ha avuto una figlia e due gemelli, Raf Vallone muore a Roma nell’ottobre 2002 all’età di ottantasei anni.

Alessandro Poggiani

 

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